I criteri ESG stanno portando maggiore attenzione anche ai rischi fisici a cui sono esposte le imprese.
Eventi naturali e climatici possono infatti compromettere asset e attività produttive e, in alcuni casi, incidere sulla continuità aziendale. Il cambiamento climatico rende particolarmente rilevanti alcuni di questi fenomeni, mentre il rischio sismico rappresenta una componente distinta, non legata al clima, ma comunque importante per la vulnerabilità del patrimonio produttivo.
L’esposizione, tuttavia, non coincide automaticamente con un danno economico.
La rilevanza del rischio dipende dalla localizzazione degli asset, dalla loro vulnerabilità, dal settore di attività e dalle misure adottate dall’impresa per prevenire o gestire le conseguenze di un evento.
Misurare il rischio fisico con i criteri ESG: i dati sulle imprese italiane
Una fotografia recente dell’esposizione delle imprese italiane arriva dall’ESG Outlook 2026 di CRIF, che analizza 315.000 PMI e oltre 600 grandi imprese italiane, sulla base di dati aggiornati a dicembre 2025.
La metodologia considera 18 fattori di rischio, di natura acuta, cronica e sismica, e valuta pericolosità geografica, vulnerabilità ed esposizione.
Secondo l’analisi, il 36,6% delle PMI considerate si colloca nelle classi di rischio fisico “Alto” o “Molto Alto”, una quota in lieve aumento rispetto al 36,3% del 2024.
La ricerca evidenzia inoltre una marcata differenziazione territoriale: Sicilia, Calabria ed Emilia-Romagna presentano i livelli di rischio più elevati, mentre Piemonte, Molise, Lombardia e Toscana mostrano valori più contenuti.
Tra i singoli fattori considerati, stress da alte temperature e ondate di calore risultano particolarmente rilevanti per l’esposizione a un rischio almeno moderato; per le classi di rischio più elevate, il terremoto presenta invece i valori più significativi.
Il quadro che emerge è quindi quello di un’esposizione distribuita in modo non uniforme sul territorio e diversa a seconda del fenomeno considerato. Per le imprese, la localizzazione degli asset rappresenta di conseguenza un elemento importante nella valutazione del rischio fisico.
Quando l’esposizione diventa un rischio economico
La presenza di un’elevata esposizione non permette, da sola, di stabilire quali saranno le conseguenze economiche per un’impresa.
Una prospettiva complementare arriva da uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia nel febbraio 2026, che analizza l’effetto dei rischi idrogeologici, in particolare alluvioni e frane, sulla probabilità di insolvenza a un anno delle imprese non finanziarie italiane.
Il 38% delle aziende considerate risulta esposto a questi rischi, con differenze significative tra territori e settori. L’analisi rileva tuttavia che, in media, l’esposizione determina soltanto un lieve aumento della probabilità di insolvenza e produce effetti economici contenuti.
Le conseguenze risultano più pronunciate per le imprese localizzate nelle aree a rischio più elevato.
I risultati delle due analisi vanno quindi letti a partire dalle loro diverse finalità: CRIF misura l’esposizione potenziale a un insieme ampio di rischi fisici, mentre Banca d’Italia considera la relazione tra una specifica categoria di rischio e un indicatore finanziario.
Ne emerge una distinzione importante: la presenza di un rischio non determina necessariamente un impatto economico significativo, che dipende anche dalle caratteristiche dell’impresa e dalla sua capacità di gestione.
Dalla valutazione del rischio alle misure di protezione
Questa distinzione rende centrale il tema della governance.
Per un’impresa, valutare il rischio fisico significa considerare non soltanto la pericolosità del territorio, ma anche la vulnerabilità degli immobili e degli impianti, la dipendenza da determinate infrastrutture o dalla catena di fornitura e la possibilità di mantenere operative le attività in caso di eventi naturali estremi.
Le risposte possono comprendere interventi di prevenzione e messa in sicurezza, sistemi di monitoraggio, piani di emergenza e piani di continuità operativa, diversificazione dei fornitori e coperture assicurative.
A questo proposito, lo studio della Banca d’Italia evidenzia che la presenza di una copertura assicurativa riduce mediamente della metà l’impatto del rischio idrogeologico sulla probabilità di insolvenza.
Criteri ESG e gestione del rischio fisico
È nella scelta delle misure di gestione e prevenzione che il rischio fisico incontra più direttamente i criteri ESG.
Un’ulteriore indagine della Banca d’Italia, pubblicata nel novembre 2025 e condotta su imprese non finanziarie italiane, si è concentrata sui rischi del cambiamento climatico.
Lo studio ha evidenziato carenze diffuse nella gestione dei rischi fisici, nella pianificazione della transizione e nella governance climatica. L’indagine mostra inoltre una marcata eterogeneità tra imprese, settori e aree geografiche.
Il dato suggerisce che la misurazione dell’esposizione rappresenta soltanto un primo passaggio. Per essere utile alla gestione aziendale, l’informazione sul rischio deve poter entrare nelle decisioni relative agli investimenti, alla protezione degli asset, alla catena di fornitura e alla continuità operativa.
Questo collegamento può essere letto anche attraverso la doppia materialità: l’impresa produce effetti sull’ambiente attraverso le proprie attività, ma è a sua volta esposta agli effetti delle trasformazioni ambientali e climatiche.
Nel caso dei rischi fisici, questa seconda dimensione riguarda la possibilità che le condizioni del territorio e del clima incidano sulle attività, sui costi e sulla capacità di operare.
I criteri ESG possono quindi contribuire a mettere in relazione queste informazioni con i processi di governance e di gestione del rischio, senza che la presenza di un indicatore ESG costituisca, di per sé, una misura della resilienza dell’impresa.
Guardare al rischio anche in prospettiva
La valutazione del rischio fisico acquista un valore ancora maggiore quando adotta una dimensione prospettica. Analizzare l’esposizione non significa infatti limitarsi alle condizioni attuali, ma estendere lo sguardo alle evoluzioni future.
Questo introduce una prospettiva diversa nella gestione aziendale: alcuni rischi possono essere relativamente contenuti oggi e assumere caratteristiche differenti nel corso della vita utile di un impianto, di un immobile o di un investimento.
Per questo la valutazione del rischio fisico può essere collegata non soltanto alle esigenze immediate di continuità operativa, ma anche alle decisioni di medio-lungo periodo, come la localizzazione di nuovi asset, la pianificazione degli investimenti e gli interventi di adattamento.
In questa prospettiva, integrare il rischio fisico nei criteri ESG significa soprattutto disporre di informazioni sufficientemente granulari e prospettiche per comprendere dove l’impresa è esposta e come questa esposizione possa evolvere nel tempo.
FAQ – Rischio fisico e criteri ESG: quanto sono esposte le imprese italiane
1. Che cosa si intende per rischio fisico per un’impresa?
Il rischio fisico riguarda la possibile esposizione dell’impresa a eventi naturali e climatici che possono danneggiare asset, attività produttive e continuità operativa.
2. Quanto sono esposte le imprese italiane al rischio fisico?
Secondo CRIF, nel 2025 il 36,6% delle PMI italiane presenta un profilo di rischio fisico alto o molto alto. L’esposizione varia in funzione della localizzazione, della vulnerabilità e dei fattori di rischio considerati.
3. Il rischio fisico può avere conseguenze economiche per le imprese?
Non automaticamente. L’esposizione indica un rischio potenziale, ma l’impatto economico reale dipende dal territorio e dalle difese adottate: l’analisi di Banca d’Italia mostra infatti un effetto medio contenuto sull’insolvenza, che si dimezza in presenza di polizze assicurative.
4. Come possono le imprese gestire il rischio fisico?
La gestione richiede di valutare la vulnerabilità degli asset e delle attività e di adottare misure di prevenzione e continuità operativa. La valutazione del rischio può quindi entrare nei processi decisionali e nella gestione ESG.
5. Perché il rischio fisico va considerato anche nel lungo periodo?
Perché l’esposizione può cambiare nel tempo e incidere su scelte con effetti pluriennali. Valutare il rischio in chiave prospettica aiuta a pianificare meglio gli investimenti, la localizzazione dei nuovi asset e gli interventi di adattamento.